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Il paradosso carnista - Come eliminare quel fastidioso brusio mentale

Per molte persone, il collegamento tra la carne sul loro piatto e il fatto che fosse appartenuta ad un animale vivente e senziente diventa sempre più problematico. Ciò è evidente dal numero crescente di persone che decide di smettere di mangiare animali.

 

Per quelli che ancora insistono a farlo e che preferirebbero mangiare cartone invece che rinunciare a mangiare animali, armano se stessi con una varietà di tecniche psicologiche per superare il dilemma morale di essere responsabile per la schiavitù, la sofferenza e l’uccisione inflitte ad un altro essere vivente.

 

Questo dilemma viene spesso chiamato il “paradosso carnista“. Il termine si riferisce al conflitto mentale tra la convinzione morale che sia sbagliato infliggere sofferenza o la morte ad altri esseri senzienti e il desiderio di godere di un panino con la salsiccia senza avere sensi di colpa. Questo tipo di conflitto mentale viene indicato come “dissonanza cognitiva”.

 

Un individuo che attivi due idee o comportamenti che sono tra loro coerenti, si trova in una situazione emotiva soddisfacente (consonanza cognitiva); al contrario, si verrà a trovare in difficoltà discriminatoria ed elaborativa se le due rappresentazioni sono tra loro contrapposte o divergenti (ci tengo agli animali vs pago perché vengano sfruttati e uccisi).

 

Questa incoerenza produce appunto una dissonanza cognitiva, che l’individuo cerca automaticamente di eliminare o ridurre a causa del marcato disagio psicologico (ad esempio riduzione dell’autostima) che essa comporta; questo può portare all’attivazione di vari processi elaborativi, che permettono di compensare la dissonanza (e ripristinare l’autostima).

 

Un’applicazione esemplificativa di tali processi si può avere, ad esempio, quando un soggetto disprezza esplicitamente i ladri, ma compra un oggetto a un prezzo troppo basso per non intuire che sia di provenienza illecita. Secondo Festinger, che ha introdotto il concetto di dissonanza cogntiva, per ridurre questa contraddizione lo stesso individuo potrà o smettere di disprezzare i ladri (modificando quindi l’atteggiamento), o non acquistare l’oggetto proposto (modificando quindi il comportamento).

 

Una dissonanza cognitiva si verifica ogni volta che qualcuno crede in cose contraddittorie tra di loro e si può manifestare come una serie di emozioni, tra cui rabbia, imbarazzo e senso di colpa. Per vedere dal vivo questo conflitto, è sufficiente ricordare ad un carnista che in quel panino con la salsiccia ci sono i pezzi del corpo smembrato di un altro essere vivente.

 

La maggior parte delle persone è abituata a frenare ogni sussulto di coscienza, se un possibile rimorso si verifica ogni volta quando fanno mente locale sull’argomento, rimorso che è poi causa della loro dissonanza cognitiva.

 

La soluzione logica per mettere a tacere quel fastidioso brusio mentale riguardo all’uccisione di animali sarebbe semplicemente quello di modificare le nostre abitudini alimentari ed evitare il problema in primo luogo. Ma, naturalmente, molte persone si ostineranno a non voler cambiare e il noto repertorio di acrobazie verbali verrà abbondantemente usato e la loro dissonanza cognitiva, cambiare i fatti se i fatti creano un problema, si mostrerà a pieno (antenati, ciclo della vita, isola deserta, piante che improvvisamente soffrono come noi e gli altri animali, etc.)

 

Anche se smettere di mangiare animali potrebbe sembrare un cambiamento semplice, non dobbiamo sottovalutare come farlo sia qualcosa di profondamente radicato nella maggior parte delle culture. Mangiare animali rappresenta un elemento fondamentale di molte tradizioni e cerimonie, nonché della cucina quotidiana di molte persone, ma può anche trasmettere uno status e un senso illusorio di identità a chi li mangia.

 

Ad esempio, smettere di mangiare animali o il loro latte e le loro uova, viene spesso percepito come meno maschile da molti uomini (il che appare assai ironico, specialmente riguardo al consumo di latte e derivati, dato che molte persone neanche si accorgono di quanto sia ridicolo continuare in età adulta a bere o consumare il latte materno di un’altra specie).

 

Ciò significa che chi si trova in conflitto tra quello che viene fatto agli animali e la voglia di non cambiare, ha bisogno di alterare i fatti per non sentirsi a disagio e il “braccio di ferro cerebrale” comincia. Una delle tattiche per credere che uccidere animali sia giusto, consiste nel negare che gli animali da allevamento possano pensare o avere sensazioni ed emozioni allo stesso modo degli esseri umani – o di altri animali ritenuti “più intelligenti” (di solito gli animali “domestici”).

 

Questo riduce il loro valore intrinseco nelle loro menti e li pone al di fuori della cerchia delle preoccupazioni di ordine morale. Insomma, il trattamento di una mucca, di una gallina, di un pesce o di maiale diventa irrilevante, se ci si illude che questi siano troppo stupidi per pensare e avere emozioni.

 

Rappresentarsi gli animali come stupidi permette di ignorare le crescenti prove che dimostrano come gli animali allevati abbiano una vita mentale ed emotiva complessa e di evitare di modificare il proprio comportamento.

 

Allo stesso modo, i supermercati ci vendono “carne” che non ha alcuna somiglianza con la sua origine animale e, spesso, l’immagine degli animali viene antropomorfizzata sulle confezioni di carne, latte, uova, come se si trattasse davvero di maiali, mucche e galline da cartoni animati, che sorridono grazie a noi, invece che esseri reali. E si acquistano “bistecche” e “salsicce” invece di pezzi di mucca e maiale per aiutare il processo di dissociazione.

 

Raramente, poi, chi mangia animali o derivati del latte o uova, cerca davvero informazioni sul benessere degli animali da allevamento, ma preferisce delegare la responsabilità a vaghe etichette che gli danno l’illusione di aver fatto la scelta giusta (qualche metro quadrato in più e del mangime migliore, durante la sofferenza intrinseca in ogni allevamento e prima del mattatoio).

 

E, anche di fronte all’evidenza della sofferenza degli animali, ecco che si cerca di far credere agli altri di aver un consumo bassissimo di carne,latte, derivati, uova. Oppure ci si illude con l’acquisto di prodotti per il “benessere animale” per poter difendere l’illusione di animali che corrono felici su verdi prati campi verdi e che vanno al macello tutti contenti. Questa disssonanza cognitiva riduce il senso di colpa e permette di illudersi di essere nel giusto, quando l’unica cosa giusta rimane quella di non pagare altri per allevare animali fatti nascere come schiavi e uccisi per un bisogno non necessario.

 

Evitare il conflitto psicologico con i fatti puri e semplici non solo permette, di continuare a far uccidere altri animali, ma ricalca anche il modo in cui si svalutano altri umani per poter giustificare la violenza ai loro danni. Infatti, ridurre l’intelligenza e il valore morale delle persone che consideriamo “outsider” è spesso legato alla discriminazione ed è usato come meccanismo per compiere molte delle atrocità ai danni di altri umani.

 

Ma proprio come la nostra consapevolezza e atteggiamenti nei confronti della discriminazione umana sono cambiati, così possono cambiare le nostre opinioni su chi viene discriminato, ritenuto inferiore al punto tale da essere fatto nascere per essere sfrutato e ucciso. L’affanno che alcuni provano mentre cercano di evitare di confrontarsi con la propria dissonanza cognitiva, va sempre esposto per quello che è, vale a dire lo sforzo mentale da parte di qualcuno che prova a cercare una via di fuga mentale, una balla, un acrobazia verbale pur di conservare la propria abitudine ad esercitare violenza su altri animali.

 

(Tradotto e adattato da “Why Don’t We Feel More Guilty About Eating Animals?” di Caroline Spence, PhD in psicologia biologica e sperimentale) – fonte Codice A Barre

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