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La disumanizzazione dello schiavo

Per poter esercitare forme di dominio e di violenza su altri individui, bisogna prima sminuirli, descriverli come altro da noi, esseri che sentono e soffrono in maniera diversa e inferiore.

 

Tale meccanismo serve a vari scopi, quando si tratta di vittime non-umane. Esso permette all’industria di minimizzare la crudeltà inferta agli animali dal punto di vista emotivo (pensiamo, per esempio, al trauma profondo delle mucche madri che si vedono portar via i propri figli nell’industria del latte). E permette anche a chi appoggia tale crudeltà di vivere nell’illusione che, in fondo, gli animali non sarebbero capaci di avvertire simili traumi.

 

Esiste anche la voluta ignoranza del danno fisico. Anche riguardo a questo, gli animali non-umani pecepiscono il dolore proprio come noi umani. Ma ricordarselo potrebbe creare problemi alla coscienza. Il fatto, per esempio, che la castrazione dei maiali (vedi foto) viene sistematicamente effettuata per evitare uno “spiacevole” sapore nella carne (questa operazione, per ovvi motivi economici, può venire svolta da semplici operai, senza alcuna competenza veterinaria, e senza ricorrere ad alcuna anestesia), è qualcosa di scomodo, tanto scomodo che l’unica soluzione per accettare la realtà è crearsene un’altra fittizia: viene deciso, in base ad una voluta ignoranza, che maiali, galline, mucche e altri animali non soffrono come noi.

 

La negazione della sofferenza altrui e l’esaltazione di se stessi come unico gruppo capace di soffrire in un certo modo, usate allo scopo di giusticare lo sfruttamento, non sono modi che riguardano solamente il dominio sui non-umani, ma sono stati ampiamente usati ogni volta che a qualcuno ha fatto comodo preparare la strada ad una forma di violenza.

 

Basti pensare che ai tempi della tratta degli schiavi dall’Africa, molti medici pensavano che gli stessi schiavi avvertissero il dolore fisico ed emotivo in misura minore degli Europei (il che, naturalmente, fu suato come giustificazione per ogni tipo di atrocità).

 

Per dominare l’altro, insomma, è prima necessario “disumanizzarlo“, renderlo qualcosa in meno di noi, in maniera da evitare problemi di coscienza. E, non a caso, frasi come “si comportano da animali” oppure “manco gli animali vengono trattati così” confermano proprio quel meccanismo: chi è stato relegato al gradino più basso della gerarchia, la “bestia”, è già stato privato dei suoi diritti fondamentali, e diventa “solamente” un animale.

 

Ricordiamoci che pensare in questo modo riguardo ad esseri capaci di provare le nostre stesse emozioni rappresenta un’ingiustizia uguale, in tutto e per tutto, a quando gli stessi diritti, che dovremmo accordare ai non-umani, vengono negati a noi.

 

di Codice A Barre

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