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L'uomo, ovvero la preda armata

di Giulio Sapori – fonte animalignotus

Proponiamo un articolo di Roberto Marchesini che cerca di far chiarezza sul problema della violenza.
Quante volte ci siamo sentiti porre dal carnista la questione: “Perché il leone può mangiare la gazzella, mentre noi non possiamo ammazzare il maiale? Perché la nostra è violenza mentre quella del leone no?”. La risposta spontanea del vegano/vegetariano, solitamente, è: “perché tu NON sei un leone”.

 

Al che, l’altro prontamente risponde: “Beh, non sarò un leone ma, comunque, in quanto uomo, sono onnivoro, quindi DEVO mangiare ogni cosa: frutta, verdura ma anche carne”. L’onnivorismo deontologico è un argomento buono in ogni occasione: l’uomo sarebbe un predatore come gli altri quindi non v’è differenza tra il comportamento suo e quello del leone. Entrambi i comportamenti sarebbero forme di violenza naturali, quindi incriticabili e immodificabili. Ma è proprio così che stanno le cose?

 

Il problema della violenza è fondamentale poiché non riguarda solo le cose che ci troviamo nel piatto ma il nostro rapporto con tutto ciò che vive. E troppo spesso, storicamente, abbiamo giustificato moltissime violenze come naturali e necessarie che solo in seguito (molto dopo!) si sono rivelate per quello che, in realtà, erano: arbitrarie.

Dunque, andando dritti al punto: quando un comportamento può dirsi violento?
E perché vi è differenza tra la predazione del leone e la «predazione» dell’uomo?

L’etologo e filosofo Marchesini è chiaro: “La violenza emerge nel momento in cui un atto diventa deliberazione, un atto cioè che si basa su una scelta che noi possiamo decidere se compire o no”.

La violenza c’è quando posso evitare un comportamento che arreca danno, sofferenza e morte ad un altro individuo e, volontariamente, lo compio o sostengo chi lo compie.

Tutto qui. Nella predazione, invece, non c’è deliberazione: o uccido per fame o muoio di fame.

La sopravvivenza non è violenza, ma necessità.

La predazione, oltretutto, è funzionale all’equilibrio dell’ecosistema poiché ne aumenta la biodiversità, tiene sotto controllo le popolazioni e sostiene la vita degli individui più sani. Effetti che, quando è l’uomo ad ammazzare, non avvengono.

 

Possiamo dire che la violenza sia la perversione della forza, dell’aggressività e della predazione.

L’uomo, più che un predatore, è una preda, armata fino ai denti.

Il problema della violenza credo sia per buona parte qui, dove l’insicurezza della preda si congiunge alla potenza micidiale delle armi: un mix davvero micidiale. 

 

  • Questo l’articolo di Roberto Marchesini Perché il leone ha diritto di mangiare la gazzella ma noi NO – 31 maggio 2016 (www.marchesinietologia.it):

 

Quante volte osservando un documentario ci siamo imbattuti in una scena di predazione – il primo piano di un erbivoro intento a brucare in santa pace e poi l’agguato di un felino nascosto che fa presagire il peggio. Abbiamo provato compassione per la preda e sperato nel profondo del cuore che l’animale braccato potesse sfuggire al suo carnefice. La sofferenza di quell’animale che sta per morire ci appare con tutta forza e proviamo dolore e compassione per la sua sorte!

 

Talvolta la predazione può essere agghiacciante, com’è il caso della mantide religiosa che, afferrato il corpo della vittima, la divora lentamente con un ondeggiamento del capo. Anche i costumi delle vespe solitarie ci appaiono terrificanti nel loro anestetizzare il bruco e disseminare il suo corpo di piccole uova da cui sgusceranno le larve che lo svuoteranno dall’interno.

 

L’uccisione dei neonati, poi, ci trasmette un senso di repulsione ancora più forte: per esempio la strage delle giovani tartarughe che tentano di raggiungere il mare a opera dei gabbiani o lo strappare un cucciolo dal genitore per divorarlo, come succede di frequente nella quotidianità della savana. La predazione ci appare ancora più fastidiosa se il predatore sembra prendersi beffa o giocare con la preda, come fa il gatto con il topo o l’orca con la foca. Dimentichiamo però che la predazione è una lotta per la vita!

 

Rabbrividiamo perché ci immedesimiamo! Ma cerchiamo per un attimo di mettere il fermo immagine sulla scena, nell’istante che precede l’attimo in cui il ghepardo afferra una gazzella: velocità del ghepardo è la stessa della gazzella e viceversa, per cui possiamo dire che la velocità nel ghepardo è stata creata dalla gazzella così come l’inverso. La predazione ha dato forma a entrambi e in questo ha creato una condizione di sostanziale parità tra i due animali.

 

Da questo possiamo dire che, non conoscendo ancora l’esito del confronto – la scena è ghiacciata sul fermo immagine – non possiamo dire con certezza chi farà soffrire l’altro: può andare la gazzella potrà soffrire e morire perché raggiunta dal ghepardo, come per contro il ghepardo che non raggiungendola morirà di fame. Il ghepardo cioè non può scegliere, la gazzella non facendosi raggiungere compirà su di lui un atto di violenza, condannandolo a morire di fame o far morire i cuccioli a cui mamma-ghepardo avrebbe portato la preda.

 

Ma allora quando nasce la violenza? La violenza emerge nel momento in cui un atto diventa deliberazione, un atto cioè che si basa su una scelta che noi possiamo decidere se compire o no. Nel predare, il ghepardo non viola un patto e il suo atto non prevede alcuna possibilità di scelta e si svolge su una doppia possibilità: ogni tanto i ghepardi fanno soffrire le gazzelle e molto più spesso le gazzelle fanno soffrire i ghepardi.

 

Questo è il motivo che mi fa considerare come profondamente diversa e non assimilabile in alcun modo alla predazione, la caccia compiuta dall’essere umano. Mi spiego meglio. L’essere umano non ha una conformazione predatoria né anatomicamente – dentatura, struttura gastroenterica, profilo metabolico, carattere endocrino – lo dimostra il fatto che il consumo di carne ha effetti devastanti su tutti gli apparati, né etograficamente, mancando degli orientamenti predatori e dei pattern espressivi tipici del comportamento predatorio.

 

Se poi prendiamo in considerazione la nostra elettività verso il rosso, colore per antonomasia nella nostra specie a differenza dei carnivori, e il nostro orientamento verso il profumo dei fiori (ciò che anticipa i frutti) e dell’alcool (esito della fermentazione dei frutti) è evidente il carattere frugivoro (di raccoglitore di bacche e tuberi, quindi vegeteriano) della nostra specie. Non a caso i dottori si raccomandano di mangiare molta frutta per stare bene. Questo mi fa affermare che l’uomo è una preda e non un predatore.

 

L’uomo utilizza degli strumenti per uccidere gli altri animali e in realtà raccoglie le prede morte come se fossero bacche, funghi, radici, larve o uova.

 

La caccia è una violazione perché non esiste un doppio flusso nel rapporto con le sue eventuali prede, come accade nel caso del ghepardo. Mentre la gazzella può far soffrire e morire il ghepardo, il fagiano non ha alcuna possibilità di interagire col cacciatore. Tra l’uomo e gli animali che uccide quindi c’è un rapporto impari che mi fa affermare che non c’è nessuna legge di natura che possa giustificare tale sofferenze.

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