Il piacere di uccidere: una riflessione sulla caccia
“La caccia, esattamente come la guerra, permette e incentiva il superamento del confine: dà forma a pulsioni aggressive, a cui vengono attribuiti significati di comodo, crea dipendenza, assuefazione, desiderio di ripetizione. La personalità si modifica nell’abbandonarsi alla seduzione dell’illimitato piacere di uccidere, che scatena pulsioni oscure, nello sperimentare un potere quasi divino sulle altre vite: la pietà è messa al bando e la difesa dei deboli è ignorata.
Si entra in un girone infernale: non basta mai, bisogna uccidere, uccidere e poi uccidere ancora. Internet è popolata da immagini di quelli che sembrano campi di battaglia ricoperti da numeri infiniti di vittime che giacciono a terra sovrastate dai loro uccisori sorridenti che li esibiscono come trofei, esattamente come si fa in guerra con il nemico vinto.
La cosiddetta civiltà interviene solo per porre dei limiti, di tempo, di spazio, di numero, agli animali da sterminare in ogni battuta, nella consapevolezza che freni legislativi devono supplire all’assenza di quelli morali, che tacciono, travolti da eccitazione, obnubilamento, frenesia, che danno la stura ad un potenziale di malvagità, latente sotto la superficie.
Ecco, questa è un’attività legale praticamente in tutti gli stati del mondo: solo la Costa Rica ha recentemente dichiarato illegale la caccia come attività sportiva, mentre sono molte le civilissime (?) nazioni (Stati Uniti, Canada, paesi del Centro e Nord Europa) che ritengono giusto che a praticarla si comici dai 16 anni (alcune addirittura non pongono limitazioni di nessun tipo) prima del raggiungimento quindi della maggiore età, così da grandi si è già molto bravi ad uccidere; e poi non si finisca mai, nemmeno da vecchi: finchè c’è fiato.
In Italia continua a godere dei contributi che lo stato eroga: bisogna specificare che questo avviene in opposizione al volere chiarissimo della stragrande maggioranza dei cittadini, con buona pace del concetto stesso di democrazia.
All’interno di un discorso che si occupa della violenza, della sua genesi, delle sue manifestazioni e dei modi per contrastarla, come è possibile prescindere da considerazioni che riguardino la pratica della caccia? In nessun modo può essere sostenuta un’educazione basata sul rispetto dell’altro, sulla presa in carico dei suoi diritti, sul senso di giustizia fondamentale nella gestione di relazioni positive quando lo spettacolo di comportamenti sadici, sanguinari, di furia distruttrice a danno di esseri indifesi è protetta, difesa e connotata di valori positivi.
L’essenza violenta che caratterizza la caccia, è ulteriormente confermata dal corollario di crudeltà anche accessorie che la contraddistingue (uccellini accecati quali richiami vivi, uccisione di mamme davanti ai loro cuccioli e di cuccioli davanti alle loro madri, stanamento di animali indifesi grazie a cani aizzati…). Non può non essere ignorata l’innegabile schizofrenia che caratterizza la capacità di inviare messaggi di civile convivenza e di rifiuto del ricorso alla violenza nel superamento dei contrasti, contestualmente all’esaltazione del piacere fine a se stesso del sopraffare, ferire e uccidere esseri indifesi.
L’invio di messaggi che affermano mentre negano, se accolto, può solo produrre altra schizofrenia; di sicuro non può che contrastare il raggiungimento di un obiettivo di incivilimento, smentito nella sua essenza dai messaggi stessi di chi lo propone. Di sicuro, in sintesi, la sopravvivenza della caccia non può che essere in contrasto con i valori non violenti di una società”.
Dal libro “Sulla cattiva strada” – Dott.ssa Annamaria Manzoni