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Le ragioni del veganismo: considerazioni sull'animalità e l'umanità

Da una parte c’è chi accusa gli animalisti di umanizzare troppo gli altri animali, dall’altra c’è chi nega che questi ultimi possano provare emozioni e sentimenti e c’è anche chi preferisce non decidere da che parte stare. Rita Ciatti ci accompagna nell’ambito della zoologia/etologia per sviluppare la terza parte del suo articolo “Le ragioni del veganismo”.

 

Bisogna essere gente alquanto stupida per affermare che gli animali non provano né piacere, né collera, né paura, che ignorano sia l’anticipazione che il ricordo: secondo costoro, tutto accade come se l’ape avesse memoria, come se il leone diventasse collerico, come se la cerva avesse paura. Cosa risponderebbero se dicessimo loro, che non vedono e non intendono niente, ma che tutto avviene come se essi intendessero e vedessero, come se gridassero, come se, infine, vivessero, mentre di fatto sono morti? Tali propositi sono tanto contrari all’evidenza quanto ciò che quella gente vuol farci credere.
Plutarco, De sollertia animalium

 

Le menzogne

A volte l’esperienza mi viene in aiuto, Jung la chiamerebbe sincronicità, fatto sta che mentre mi accingo a scrivere la terza parte di questo lungo articolo dal titolo Le ragioni del veganismo (le prime due parti potete leggerle qui e qui), mi imbatto in un commento di una persona che sotto a un post in cui si fa informazione riguardo la crudeltà dell’industria del latte – in particolare citando la sofferenza delle mucche e dei vitellini al momento dell’inevitabile separazione – dichiara la necessità di dover intervenire per fare corretta informazione poiché noi antispecisti senz’altro umanizzeremmo troppo gli animali, dal momento che: le mucche non sarebbero capaci di proiettarsi nel futuro, non avrebbero coscienza, né memoria della loro gravidanza, insomma, non la vivrebbero affatto come noi, con i nostri stessi sentimenti, e quindi la separazione del vitellino sarebbe poco più di un accidente momentaneo, un disturbo dell’entità di poco superiore a quello provocato da un rumore improvviso, il tempo di voltarsi dall’altra parte e sarebbe già dimenticato.
Cosa mi ricorda questa sequenza di menzogne?
Senz’altro la definizione del dolore degli animali data da Cartesio nel Seicento in cui si asseriva che il guaito di un cane bastonato fosse paragonabile all’automatismo delle lancette di un orologio che segnano il tempo.

 

Animali come macchine e accusa di umanizzarli troppo

Riporto tale discorso non perché mi abbia colpito particolarmente, ma, al contrario, perché esso è paradigmatico della maniera di pensare gli altri animali.
Nel 2021 essi sono ancora considerati poco più che macchine da cui trarre risorse alimentari e a cui al massimo si concede di agire in modo istintivo: non ragionato, non intenzionale, ma in base a tutta una serie di automatismi in risposta a degli stimoli esterni.
Così anche di fronte a scene di sentimenti ed emozioni esplicite o di comportamenti del tutto simili ai nostri si continua a credere che gli altri animali siano sostanzialmente diversi da noi e che quindi non possano soffrire come noi.
Se vediamo una mucca che piange disperata correndo dietro all’allevatore che le ha appena sottratto il vitello, diciamo che è una reazione istintiva, un automatismo oppure subito ci rassicuriamo convincendoci che nel giro di qualche ora se ne sarà dimenticata; se sentiamo un maiale lamentarsi diciamo che è un verso istintivo, se sentiamo un cane guaire diciamo che è una reazione meccanica al dolore, ma di cui non ci sarebbe la stessa nostra piena consapevolezza.
Ho sempre trovato curiosa l’obiezione di voler “umanizzare” gli altri animali in quanto secondo me accade proprio l’esatto contrario. Partendo dal presupposto che anche noi siamo animali, il verbo umanizzare infatti è più appropriato in riferimento a noi stessi. Cioè, l’umanizzazione in sostanza non sarebbe nient’altro che un tentativo di sottrarci all’animalità attraverso un’attribuzione di una serie di caratteristiche descrittive frutto di una mitopoiesi, che è appunto l’invenzione del concetto di “umanità”.
Più che umanizzare gli altri animali, quindi, umanizziamo noi stessi, riconoscendoci speciali e diversi da ogni altra specie nell’accezione di superiorità. Che siamo diversi è vero perché ogni specie differisce dalle altre, ma superiori? Sulla base di quali parametri? Ovviamente di quelli che noi abbiamo stabilito aprioristicamente.
Tornando ai comportamenti degli altri animali, appare evidente quindi l’intenzione di minimizzare, negare, e fare appello a ogni incredibile menzogna pur di giustificare il diverso trattamento morale che gli riserviamo e le pratiche di violenza che ne discendono.

 

Minimizzare il danno per giustificare la violenza

Questa continua negazione della realtà si accompagna infatti alla necessità di minimizzare il danno che a causa delle nostre pratiche subiscono gli altri animali perché se davvero dovessimo ammettere che il loro dolore – per tornare all’esempio sopra, quello provocato dalla separazione della mucca dal vitellino, ma anche della pecora dall’agnellino o della scrofa dai suinetti – fosse uguale a quello che ogni madre umana prova nell’essere brutalmente separata da suo figlio, allora dovremmo ammettere di essere dei mostri, e poiché ciò non concorderebbe affatto con la nostra scala di valori e con l’idea “umanizzata” che abbiamo di noi stessi, dovremmo anche immediatamente porvi rimedio, cioè, fare delle scelte per non essere più complici di questo sterminio. Per non parlare del danno massimo che infliggiamo loro: ossia quello della privazione della loro vita.
Scegliere è un esercizio sempre molto difficile e faticoso, soprattutto quando tale scelta si presenta come minoritaria e diversa rispetto a quella della maggioranza, quindi anziché ricercare e assumere informazioni corrette, si preferisce ripetere come un mantra rassicurante tutte le menzogne che da secoli vengono dette sugli animali. Queste menzogne, ripetute continuamente attraverso il linguaggio, i modi di dire, le immagini, le pratiche, cioè trasmesse culturalmente di generazione in generazione, e rafforzate tramite una propaganda continua e sistemica, ci confermano ciò che vogliamo sentirci dire, ossia che gli altri animali non soffrono e non hanno esperienza del mondo come potremmo averne noi; quindi ucciderli e sfruttarli è qualcosa di accettabile e può continuare senza che il nostro giudizio morale ne sia sostanzialmente scalfito. Possiamo tranquillamente continuare a definirci brave persone anche se artefici di tanta violenza e dolore.
All’epoca della schiavitù i bianchi asserivano con sicurezza che sfruttare i neri e separarli dalle loro famiglie non fosse così grave perché erano come “animali”, cioè in grado di sopportare il duro lavoro e le botte senza mai lamentarsi e senza provare sentimenti.
Il paragone che vien fatto per annullare, sfruttare, uccidere qualcuno minimizzando il danno e giustificando è sempre quello con gli animali.
Dichiarando la nostra appartenenza a uno stato ontologico superiore, cioè quello di essere umani, contempliamo dall’alto il massacro quotidiano di miliardi di individui senzienti, facendo spallucce, minimizzando, negando, dimenticando. Meccanismi psicologici sociali indotti dal sistema e rafforzati culturalmente.

 

Le persone “attendiste”

C’è poi una parte di persone che invece dichiara di amare gli animali e che non riesce più a negare a sé stessa la verità, ma preferisce mettersi nella posizione di attendere. Attendere cosa? Ma ovviamente che ci pensino i governi, le leggi, insomma, il giorno in cui i mattatoi, allevamenti, acquari, zoo ecc. saranno aboliti e quindi seguirà necessariamente un cambiamento di abitudini e pratiche. Potremmo chiamare queste persone “attendiste”, cioè coloro che non riescono a prendere una posizione, i cui comportamenti sono sempre riconducibili ai meccanismi psicologici sopra menzionati, cioè la rimozione, la dissociazione cognitiva e la dissonanza cognitiva, ovverosia l’incapacità di ricordare a sé stessi la banalità del male di cui sono complici nel quotidiano poiché incapaci di ricompattare mentalmente l’immagine degli individui cui è stata sottratta brutalmente la vita per trasformarli nei prodotti che ora hanno davanti agli occhi. Dimenticano anche che se nei secoli sono stati raggiunti dei traguardi tramite le leggi lo si è sempre dovuto in primo luogo all’attivazione dal basso di movimenti e minoranze che hanno iniziato a protestare e a chiedere un cambiamento.
Quindi da una parte “attendono” che le cose si smuovano dall’alto e che le leggi cambino, dall’alto deridono chi lotta dal basso poiché ci sarebbero ingiustizie peggiori. In realtà sono indifferenti poiché intrinsecamente specisti, cioè ammettono a parole di voler rispettare e amare gli animali, ma nei comportamenti agiscono esattamente come chi li definisce “macchine per produrre”.

 

Smascherare lo specismo e criticare il concetto di umanità

Penso che noi attivisti abbiamo il compito di svelare e smascherare questi meccanismi utili a minimizzare le ingiustizie, nonché di raccontare la realtà per mettere in luce lo specismo e per smentire tutte le credenze ormai superate sull’etologia degli altri animali.
Gli altri animali hanno senz’altro memoria, capacità di raffigurarsi il futuro e quindi di agire intenzionalmente (come dimostrano anche i tanti casi di ribellione in cui degli individui sono stati in grado di cogliere il momento opportuno per fuggire o aggredire il loro aguzzino e non per mera casualità, ma in seguito a osservazione e attesa); hanno coscienza e cognizione del mondo, vivono esperienze e stringono legami di affetto e di amicizia con i loro simili o anche con individui appartenenti a specie diverse; provano dolore per la morte dei loro compagni, a volte un dolore così forte e disperato che si lasciano morire di fame o necessitano di un lungo recupero per superare il lutto, esattamente come noi.
Di fronte al riconoscimento di questa crudeltà che infliggiamo loro non possiamo più essere “attendisti” e aspettare che siano i governi a cambiare, ma dobbiamo agire in prima persona, fare scelte che siano in accordo con la nostra scala di valori e con noi stessi.
Se non ci piace sentirci dire che siamo violenti con gli animali, non prendiamocela con gli animalisti che ce lo ricordano, ma con noi stessi, nella piena assunzione delle nostre responsabilità e scelte.
Davvero c’è bisogno di una legge che ci ricordi che gli animali sono in grado di provare dolore, sentimenti, che sono senzienti? Di una legge che ne vieti uccisione e sfruttamento?
Della messa in commercio della “carne artificiale” perché da bravi umani razionali, giusti, morali, intelligenti come siamo non riusciamo a sostituire i nostri pranzi e le nostre cene con alimenti vegetali?
Davvero dobbiamo continuare a credere alle credenze e menzogne di essere l’unica specie animale nell’universo in grado di provare sentimenti anche di fronte all’evidenza di comportamenti intelligenti nelle altre?
Ecco, la prossima volta che qualcuno ci dirà che “staremmo troppo umanizzando gli animali”, ricordiamo loro cosa significa realmente umanizzare, ossia appellarsi a un concetto di “umanità” che è senz’altro tutto da rivedere in quanto dalla prospettiva degli altri animali l’immagine che ci viene rimandata di noi stessi non è poi così lusinghiera.

 

di Rita Ciatti
fonte Progetto Vivere Vegan

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